fapi
05-07-2009, 16:07
Moggi: "Ecco la mia verità"
Vorrei poter dire che non è successo niente, che non ho chiesto niente a nessuno, che non farò il consulente del Bologna, che tutto il can can che è stato imbastito è andato in polvere, ma non è vero purtroppo che non è successo niente perché ho rivissuto l’ondata giustizialista che mi fu scatenata contro tre anni fa, i soliti ritratti al vetriolo disegnati da chi non mi conosce affatto e che ho l’impressione conosca poco, o voglia conoscere poco, anche le vicende che vi sono sottese.
Non capisco la violenza, l’acredine, il veleno in cui i miei censori intingono la loro penna, fermi su concetti base da loro scelti come verità rivelate. Ho sentito riecheggiare, e alzare a mo’ di ghigliottina, la sentenza sportiva che mi ha inibito per cinque anni. Nessuno ha ricordato le circostanze di quella decisione e del processo che l’ha preceduta, di un dibattimento che nulla ha consentito in termini di difesa agli indagati, in dispregio di ogni regola di diritto di questi ultimi, per arrivare a una sentenza sospinta dal moto popolare e non da colpevolezza accertata che, infatti, non è stata accertata affatto.
Un passato già dimenticato
L’ondata popolare (o meglio il suo peso) fu ammessa apertamente da uno dei giudici (prof. Serio) e sebbene ora si voglia far di tutto per dimenticarla, essa sarà agli atti di chi vorrà esaminare la vicenda con animo sgombro da preconcetti e pregiudizi, perché anche questo sembrò prendere forma durante quel processo, una sentenza che sembrava già scritta.
Per tanti motivi mi sono battuto contro quella decisione, anche ponendo il caso della mia uscita dai ruoli dell’ordinamento sportivo, che quella sentenza non mi riconobbe e che mi fu riconosciuto successivamente per il caso delle schede sim.
Peraltro, proprio in ambienti giornalistici così come in quelli istituzionali, si omette - colpevolmente - di ricordare che l’ultima sentenza sportiva della Corte Federale, settembre 2008, ha in via definitiva sancito che dopo le mie dimissioni, avvenute nel maggio del 2006, sono diventato un soggetto totalmente estraneo all’ordinamento della Figc, un privato cittadino libero di parlare e di confrontarsi con chiunque. Finché non decidono di cambiare la Costituzione, funziona così...
Addirittura leggo che il solerte Procuratore Federale ha intenzione di avviare un procedimento monitorio nei confronti del presidente Menarini, reo, evidentemente, di avere esercitato il diritto di manifestazione del pensiero e della parola nei miei confronti. Si torna all’oscurantismo giuridico, quando i signorotti feudali avevano poteri assoluti su ogni aspetto della vita dei propri sudditi. Tuttavia, vorrei ricordare che in un ordinamento giuridico, quale quello sportivo, che si avvale peraltro di soldi pubblici per le proprie attività, bisognerebbe rispettare i diritti di ogni cittadino, principalmente di chi, ormai disaffezionato al sistema federale, ha deciso di uscirne, mantenendo tuttavia la piena libertà di parola.
Nessuno mi può impedire di dire quel che penso
In costanza di questa sentenza potrei tranquillamente fare il consulente di qualsivoglia presidente, ma non è la mia volontà, non voglio dare fastidio a nessuno! Solo una precisazione prima di andare avanti nel discorso: in molti non hanno partecipato al gioco al massacro e qui li voglio ringraziare, per le attestazioni di amicizia, di stima e di capacità a me riferite che hanno voluto esprimere.
Non altrettanto posso dire di chi ha colto il momento per cercare alibi ai suoi fallimenti sportivi. Chi poteva infatti intervenire se non Cairo, il presidente granata che di calcio capisce niente e comunque meno di qualsiasi altro suo collega, il presidente che nei quattro anni di sua gestione ha sempre lottato per non retrocedere. E cosa ti combina il ragazzo per cavalcare il momento, approfittando della situazione? Rilascia a “Tuttosport” un’intervista dove tra l’altro dice: «Ho capito perché sono retrocesso, il calcio mi piace sempre meno». Pronta la risposta dei tifosi granata: «Non si sa cosa abbia capito, comunque meglio tardi che mai, non sappiamo però se ha capito che, per non retrocedere, occorre anche una squadra». In ogni caso la sua allusione è facile da capire.
Gli rispondo che io nel calcio ho sempre costruito squadre forti e non ho mai avuto bisogno di niente e nessuno. Lui no, e quindi può darsi che ciò che vuol far capire per sottintesa sia una cosa che sarà stato costretto a fare lui. Per il momento mi fermo, ma solo per il momento!
Tra gli altri ha detto la sua il solito Gazzoni Frascara, che vede e reprimenda i guai altrui cassando i suoi che sono molti di più (leggo di lui aggettivi come “bancarottiere”), o ancora di una deputata del Pd, di Bologna, che ha presentato assieme a un altro parlamentare un’interrogazione a mio riguardo alla ministra Meloni. Mi chiedo se non ci fossero temi e argomenti più importanti per rispondere al mandato che hanno ricevuto (forse la tragedia di Viareggio riveste un carattere di visibilità politica minore del sottoscritto? Povera Italia e povero Pd).
Avviso a tutti quelli che sprecano parole a caso
O il giornalista Daniele Dallera che scrive addirittura sul “Corriere della Sera” definendomi corruttore di arbitri. Non sa quello che dice il povero ragazzo a meno che non dica quello che qualcuno gli vuol far dire. Se la presunzione di innocenza vale per tutti, il mio casellario giudiziario è libero da impegni e tale resterà, il suo non so. Comunque visto che mi taccia di corruttore, potrei dire a lui che è un assoldato di qualcuno: in ogni caso preferisco non offenderlo e lascio il pensiero agli altri. Di sicuro si prenderà una querela, al pari di Sergio Rizzo-“Corriere dello Sport”, visto che non ci si può difendere da soli perché nel caso avrebbero meno voglia di scherzare.
A volte mi chiedo se mi conosco bene, se so di essere quello che sono, e perché un tale pandemonio sembra riesca a scatenarlo solo la mia persona. Eppure ci sono tanti altri inibiti che fanno quello che vogliono, non si nascondono affatto, e nessuno dice niente. Debbo fare i nomi? Preferisco di no, al momento però!
Ho trovato lineare e giusta la dichiarazione di Abete, subito compulsato sulla vicenda. Abete ha ricordato le regole, e io dico che nelle regole voglio stare e a esse voglio attenermi. Sto bene qui, nello spazio della rubrica che il direttore Feltri ha voluto darmi, mi trovo bene a fare l’opinionista, e per il momento non voglio fare altro, salvo parlare, come ho fatto e come continuerò a fare, con i miei amici dirigenti ai quali darò anche consigli, se richiesti. O mi si vuole impedire anche questo, e il diritto di parola, laddove invece gli altri casi sopra richiamati fanno il bello e il cattivo tempo?
Luciano Moggi
Vorrei poter dire che non è successo niente, che non ho chiesto niente a nessuno, che non farò il consulente del Bologna, che tutto il can can che è stato imbastito è andato in polvere, ma non è vero purtroppo che non è successo niente perché ho rivissuto l’ondata giustizialista che mi fu scatenata contro tre anni fa, i soliti ritratti al vetriolo disegnati da chi non mi conosce affatto e che ho l’impressione conosca poco, o voglia conoscere poco, anche le vicende che vi sono sottese.
Non capisco la violenza, l’acredine, il veleno in cui i miei censori intingono la loro penna, fermi su concetti base da loro scelti come verità rivelate. Ho sentito riecheggiare, e alzare a mo’ di ghigliottina, la sentenza sportiva che mi ha inibito per cinque anni. Nessuno ha ricordato le circostanze di quella decisione e del processo che l’ha preceduta, di un dibattimento che nulla ha consentito in termini di difesa agli indagati, in dispregio di ogni regola di diritto di questi ultimi, per arrivare a una sentenza sospinta dal moto popolare e non da colpevolezza accertata che, infatti, non è stata accertata affatto.
Un passato già dimenticato
L’ondata popolare (o meglio il suo peso) fu ammessa apertamente da uno dei giudici (prof. Serio) e sebbene ora si voglia far di tutto per dimenticarla, essa sarà agli atti di chi vorrà esaminare la vicenda con animo sgombro da preconcetti e pregiudizi, perché anche questo sembrò prendere forma durante quel processo, una sentenza che sembrava già scritta.
Per tanti motivi mi sono battuto contro quella decisione, anche ponendo il caso della mia uscita dai ruoli dell’ordinamento sportivo, che quella sentenza non mi riconobbe e che mi fu riconosciuto successivamente per il caso delle schede sim.
Peraltro, proprio in ambienti giornalistici così come in quelli istituzionali, si omette - colpevolmente - di ricordare che l’ultima sentenza sportiva della Corte Federale, settembre 2008, ha in via definitiva sancito che dopo le mie dimissioni, avvenute nel maggio del 2006, sono diventato un soggetto totalmente estraneo all’ordinamento della Figc, un privato cittadino libero di parlare e di confrontarsi con chiunque. Finché non decidono di cambiare la Costituzione, funziona così...
Addirittura leggo che il solerte Procuratore Federale ha intenzione di avviare un procedimento monitorio nei confronti del presidente Menarini, reo, evidentemente, di avere esercitato il diritto di manifestazione del pensiero e della parola nei miei confronti. Si torna all’oscurantismo giuridico, quando i signorotti feudali avevano poteri assoluti su ogni aspetto della vita dei propri sudditi. Tuttavia, vorrei ricordare che in un ordinamento giuridico, quale quello sportivo, che si avvale peraltro di soldi pubblici per le proprie attività, bisognerebbe rispettare i diritti di ogni cittadino, principalmente di chi, ormai disaffezionato al sistema federale, ha deciso di uscirne, mantenendo tuttavia la piena libertà di parola.
Nessuno mi può impedire di dire quel che penso
In costanza di questa sentenza potrei tranquillamente fare il consulente di qualsivoglia presidente, ma non è la mia volontà, non voglio dare fastidio a nessuno! Solo una precisazione prima di andare avanti nel discorso: in molti non hanno partecipato al gioco al massacro e qui li voglio ringraziare, per le attestazioni di amicizia, di stima e di capacità a me riferite che hanno voluto esprimere.
Non altrettanto posso dire di chi ha colto il momento per cercare alibi ai suoi fallimenti sportivi. Chi poteva infatti intervenire se non Cairo, il presidente granata che di calcio capisce niente e comunque meno di qualsiasi altro suo collega, il presidente che nei quattro anni di sua gestione ha sempre lottato per non retrocedere. E cosa ti combina il ragazzo per cavalcare il momento, approfittando della situazione? Rilascia a “Tuttosport” un’intervista dove tra l’altro dice: «Ho capito perché sono retrocesso, il calcio mi piace sempre meno». Pronta la risposta dei tifosi granata: «Non si sa cosa abbia capito, comunque meglio tardi che mai, non sappiamo però se ha capito che, per non retrocedere, occorre anche una squadra». In ogni caso la sua allusione è facile da capire.
Gli rispondo che io nel calcio ho sempre costruito squadre forti e non ho mai avuto bisogno di niente e nessuno. Lui no, e quindi può darsi che ciò che vuol far capire per sottintesa sia una cosa che sarà stato costretto a fare lui. Per il momento mi fermo, ma solo per il momento!
Tra gli altri ha detto la sua il solito Gazzoni Frascara, che vede e reprimenda i guai altrui cassando i suoi che sono molti di più (leggo di lui aggettivi come “bancarottiere”), o ancora di una deputata del Pd, di Bologna, che ha presentato assieme a un altro parlamentare un’interrogazione a mio riguardo alla ministra Meloni. Mi chiedo se non ci fossero temi e argomenti più importanti per rispondere al mandato che hanno ricevuto (forse la tragedia di Viareggio riveste un carattere di visibilità politica minore del sottoscritto? Povera Italia e povero Pd).
Avviso a tutti quelli che sprecano parole a caso
O il giornalista Daniele Dallera che scrive addirittura sul “Corriere della Sera” definendomi corruttore di arbitri. Non sa quello che dice il povero ragazzo a meno che non dica quello che qualcuno gli vuol far dire. Se la presunzione di innocenza vale per tutti, il mio casellario giudiziario è libero da impegni e tale resterà, il suo non so. Comunque visto che mi taccia di corruttore, potrei dire a lui che è un assoldato di qualcuno: in ogni caso preferisco non offenderlo e lascio il pensiero agli altri. Di sicuro si prenderà una querela, al pari di Sergio Rizzo-“Corriere dello Sport”, visto che non ci si può difendere da soli perché nel caso avrebbero meno voglia di scherzare.
A volte mi chiedo se mi conosco bene, se so di essere quello che sono, e perché un tale pandemonio sembra riesca a scatenarlo solo la mia persona. Eppure ci sono tanti altri inibiti che fanno quello che vogliono, non si nascondono affatto, e nessuno dice niente. Debbo fare i nomi? Preferisco di no, al momento però!
Ho trovato lineare e giusta la dichiarazione di Abete, subito compulsato sulla vicenda. Abete ha ricordato le regole, e io dico che nelle regole voglio stare e a esse voglio attenermi. Sto bene qui, nello spazio della rubrica che il direttore Feltri ha voluto darmi, mi trovo bene a fare l’opinionista, e per il momento non voglio fare altro, salvo parlare, come ho fatto e come continuerò a fare, con i miei amici dirigenti ai quali darò anche consigli, se richiesti. O mi si vuole impedire anche questo, e il diritto di parola, laddove invece gli altri casi sopra richiamati fanno il bello e il cattivo tempo?
Luciano Moggi